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Davide Gualtieri

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La visione di corpi in azione, di inquadrature dello spazio scenico, di punti a fuoco e punti sfondo, ha trovato spazio oltre che nella regia teatrale, anche nella fotografia.
Sono affascinato dal movimento che crea figure umane sfocate, allungate, diafane, indefinite, poetiche.
Come il corpo dell'attore, la macchina fotografica è il prezioso strumento, il tramite tra il mio immaginario e la creazione di una forma artistica che si espone al mondo.
Nulla è troppo definito, ma tutto è definibile. Il mio desiderio è creare relazione tra l'opera e il suo testimone. Non spiegare, non illustrare. Creare ampi spazi di immaginazione, di interpretazione. Far sentire ogni fruitore vivo, pienamente soddisfatto di partecipare alla vita dell'immagine.
Mia necessità è trasformare l'opera d'arte in altra opera. Scendere nel dettaglio e stupirsi delle nuove forme che all'occhio appaiono. Amo cercare il dettaglio, il piccolo che trasforma la percezione di chi guarda, il frammento che si fa mondo autonomo dall'insieme.
Il mio agire è performativo, la macchina è manuale, i parametri sono continuamente da modificare; un flusso creativo mi sommerge, sono in movimento, cambio e cambio ancora il punto di vista.
Il mio piacere non è nell'affinare una tecnica ma nell'esplorare una poetica.
Metto in scena ciò che non posso fotografare e fotografo ciò che non posso mettere in scena.

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